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Il "Paesaggio Giardino" Idee e principi raccolti e rimeditati (con umili tentativi di applicazione)
(scritto nel 1996 con qualche nota di oggi, 2010) Tutto
il lavoro nell'azienda agricola è sempre
stato condotto non solo da criteri funzionali, Il
primo criterio in tutto il lavoro è quindi sempre stato di non cambiare la
natura,
Il "paesaggio-giardino".
Nel nostro caso ci troviamo esattamente all'opposto, come ha ben espresso il professor Michel Baridon, docente di filosofia del giardino presso l'Università di Dijon: non si tratta di creare un "giardino-paesaggio", ma un "paesaggio-giardino".
Cioè: dato un paesaggio di per sé meraviglioso e con un orizzonte pressoché illimitato, l'intervento dell'uomo ha l'intento di trasformarlo in "giardino" curandolo, pulendolo, arricchendo sapientemente (e con grande umiltà) la vegetazione spontanea e aiutandola ad esprimere nel modo più spettacolare tutte le sue bellezze.
Il "giardino in movimento". Altro principio della scuola estetica francese, messo in pratica nel Giardino André Citroen di Parigi, qui applicato a tutto campo: ogni anno, interpretando a primavera la nuova vegetazione, faccio in modo che il giardino "si muova" e diventi un po' diverso e "nuovo" rispetto a quello dell'anno prima.
Il giardino come raccordo.
Quando abbiamo comprato la tenuta, nel 1993, la casa era uno sperduto e un po' squallido casale senza ombra di vegetazione intorno, eccettuati cinque monumentali pini marittimi (che ci sono ancora) e due tigli macilenti, soffocati da una orrenda siepona di tuie a tre o quattro metri dalla facciata, messa per parare la tramontana ma talmente brutta, volgare e "fuori luogo" che ci siamo affrettati a segarla via. Per il resto, un paio di ettari di deserto. Siamo partiti proprio da intorno-casa, dicendoci che da qualche parte bisognava pur partire. Fin dall'inizio abbiamo cercato di chiedere consigli, ma senza avere per niente le idee chiare: il concetto di "giardino" era un qualcosa di completamente lontano e - pensavamo - per noi inaccessibile. Un amico che ci è sempre stato vicino con consigli, suggerimenti e discussioni che a volte si sono trasformate in tremendi litigi (che però non hanno fatto altro che consolidare un'amicizia ormai quasi ventennale) è stato ed è John Ferro Sims, un famoso fotografo inglese, specializzato in fotografie di giardini e paesaggi autore di splendidi libri che consiglio di non perdere, se li trovate in circolazione, come "Renaissance of the Italian Gardens", oppure "Landscape in Italy" o il più recente "La Mortella", il giardino di Lady Susana Walton a Ischia.
Il grande consiglio di John, che ha incominciato a cambiare il mio atteggiamento, è stato: "vai a vedere dei bei giardini" (cosa che non mi era mai passata per la testa e che adesso è diventata una vera passione) e "leggi tanti libri sul giardino" (altra idea che trovavo esecrabile).
Bene: leggendo queste frasi, e poi tutto il resto, mi è venuto da pensare che forse anche noi avremmo potuto fare qualcosa di simile, interpretandolo però a modo nostro: ed ha preso forma e concretezza l'idea di realizzare un giardino-non-giardino, cioè un giardino "umile" fatto da chi di giardini non capisce nulla, facile da manutenere anche da parte di uno come me che non ha voglia di dedicare la vita al giardino, un semplice grande spazio intorno casa con tanta vegetazione in cui è bello passeggiare guardando le piante che crescono e i fiori che fioriscono, in cui ci sono angoli in cui sedersi a guardare il panorama e altri per stare a leggere all'ombra. In altre parole, e senza rendermene ancora conto, avevo perfettamente in testa l'idea di creare un giardino che - come dice Pejrone - fosse un perfetto spazio di raccordo fra la casa e il paesaggio. In altri termini, utilizzando il linguaggio cinematografico, mi piace dire che vorrei realizzare una lunghissima dissolvenza incrociata fra lo spazio intorno casa e l'immenso ambiente che lo circonda. Ho poi avuto la fortuna di conoscere la povera Mirella Faggiani e suo marito Massimo. Mirella, in circa venticinque anni, ha creato quel gioiello assoluto che è il giardino della Cannara, a Marta, a pochi chilometri da casa nostra. Con Mirella e con Massimo abbiamo stretto una vera grande amicizia; con Massimo ci vediamo molto spesso, alla Cannara o a casa nostra, anche ora che il sorriso, il cervello, l'anima di Mirella - in una fase avanzatissima di Alzheimer - non è più con noi. Mi è bastata questa frequentazione per imparare molte cose. Un'altra persona a cui devo molto, come approccio culturale all'apertura di questo "nuovo mondo", è stata Sofia Varoli Piazza, grande architetto del paesaggio e deliziosa persona.
Non metterne uno, mettine cento. Dopo anni di vagiti, piantando una piantina qui e una là e aspettando che crescesse, ho letto un insegnamento di Russell Page (forse il più grande paesaggista del '900): non metterne uno, mettine cento! Niente di più vero. Non dico cento, ma almeno dieci sì; e così sto facendo. L'anno scorso, ad esempio, ho fatto mille talee dai rosmarini comperati e le ho piantate in modo da contornare di siepi degli spazi in cui fare l'orto di casa: mille.
Il giardino che canta. Anno dopo anno sono arrivati gli uccelli. All'inizio non ce n'erano; adesso ce ne sono tantissimi. Se non sono un giardiniere, ancora meno sono un ornitologo; se non so quasi niente di botanica, ancora meno so di ornitologia. Però è un grande piacere veder volare e svolazzare tutto intorno una miriade di uccelli e uccellini che sono i primi ad apprezzare la nuova vegetazione nascente, e sentire il loro canto e il loro chiacchierio continuo. Ed è anche un piacere, ogni tanto, prendere un libro e cercar di scoprire che cosa sono e di imparare a conoscerli un po' meglio.
D'estate, il biancone (il rapace più grande che vive da queste parti, con un'apertura alare di quasi due metri) arriva a sorvolare il nostro grande prato a quota bassissima e addirittura un paio di volte l'ho visto posarsi a terra a pochi metri da me. D'inverno, gli uccellini si danno da fare intorno agli alberi da frutta sui quali lasciamo sempre una parte dei frutti: vanno matti per le giuggiole, ad esempio; ma anche degli azzeruoli e dei piccoli melograni frutto dei melograni da fiore che abbiamo piantato all'ingresso di casa (mi hanno detto che il melograno era la pianta portafortuna degli Etruschi, e, vivendo al centro di una immensa necropoli etrusca - pur non essendo superstizioso -, cerchiamo sempre di tenerceli buoni). Non so se gli spiriti degli Etruschi apprezzino il pensiero - fatto sta che in ogni caso qui viviamo benissimo - però è certo che almeno gli uccellini lo apprezzano moltissimo. E i pettirossi e le cince arrivano a ringraziarmi aggrappandosi ai rami del glicine appena fuori dalla finestra dello studio in cui sto scrivendo.
Così come è certo che apprezzano le fontane che abbiamo fatto qua e là, in cui vanno a bere e a fare il bagno. C'è anche da dire che sono ormai quindici anni che nel nostro territorio nessuno mette neppure un granello di robaccia chimica; e questo vuol dire molto.
Orto o giardino? Un'altra cosa che da giovane detestavo, non so perché, era l'orto: mi sembravano orribili tutte quelle piantine messe in fila, quelle squallide e brutte incastellature per far crescere fagioli e pomodori, quello stress di star dietro alle lune, alle erbacce, alle lumache e a tutti gli altri parassiti.
E quest'anno ho tutta l'intenzione di mettere negli orti qualche panchina e qualche pergoletta, per creare degli spazi gradevoli in cui "viverci dentro".
I semplici.
.... mettine cento?
In più, nella valle, Lorenzo ha fatto un eccezionale impianto boschivo (anch'esso studiato e disegnato come un vero intervento di Land-Art) in cui ha già piantato circa milletrecento alberelli che diventeranno ad alto fusto, e altri millecinquecento sono in prossima previsione.
Per quanto riguarda il "piccolo" giardino intorno a casa, so benissimo che non diventerà mai un vero e proprio giardino così come la gente è abituata ad intenderlo, né che potrà mai competere con i giardini meravigliosi e curatissimi che si possono visitare in Italia e all'estero.
Però credo che sia già oggi un qualcosa di unico; e che domani, lavorando, sbagliando, imparando, e soprattutto amando, sarà ancora meglio. Soprattutto, e questo mi è sufficiente, è il "nostro" giardino; fatto da noi perché così ci piace.
Dice bene Orazio, e sotto i baffi mi piace ricordarlo a chi visita casa nostra: "Quisquis huc accedis: quod tibi horridum videtur, mihi amoenum est. Si placet, maneas; si taedet, abeas. Utrumque gratum".
CASA CAPONETTI | ||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||