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Il "Paesaggio Giardino"

Idee e principi raccolti e rimeditati 

(con umili tentativi di applicazione)

 

Tutto il lavoro che stiamo facendo da quasi dieci anni nell'azienda agricola è sempre stato condotto non solo da criteri funzionali, ma anche da una visione estetica; il nostro paesaggio è già di per sé un meraviglioso e immenso parco mediterraneo spontaneo in cui la natura si esprime in mille forme. Crescono spontaneamente il finocchio selvatico e la ginestra, la rosa canina e l'artemisia, la malva e il ramnus alaternum, il leccio e la roverella, il pungitopo e l'asparago selvatico, il cisto e il ciclamino, l'olivastro e la mortella, il giglio selvatico e il mirto, l'agrifoglio e l'imponente bagolaro, il fico selvatico (tremendo, infestante, crudele con le radici che insidiano e a volte fanno crollare le tombe etrusche; ma che in compenso dà dei piccoli fichi con cui Laura fa una marmellata deliziosa) e lo spudorato tasso barbasso, l'acacia (infestante e tremenda anche lei, ma in compenso - controllata e tenuta a modo - produttrice di una bella ombra e di tanti bei fiori con cui le api ci fanno un ottimo miele!) e l'asfodelo.

Il primo criterio in tutto il lavoro è quindi sempre stato di non cambiare la natura, ma, semplicemente, di aiutarla. 

Alla base di tutto, sia nel grandissimo spazio della tenuta (oltre cinquanta ettari, ricordiamo: per percorrere a piedi tutte le strade e tutti i sentierini ci vuole quasi un giorno intero!), sia negli immediati dintorni della casa (il vero e proprio "giardino" che è pur sempre di quasi tre ettari) ci guidano alcuni principi fondamentali espressi da illustri filosofi del giardino e architetti del paesaggio.

 

 

 

Il "paesaggio-giardino".

Nell'estetica dei giardini, è ben conosciuto il concetto di "giardino-paesaggio": un giardino costruito dall'uomo con l'intento di creare un paesaggio di per sé non ancora esistente (o, come dice Lavinia Taverna, "una divisione del proprio orizzonte da quello degli altri").

  Nel nostro caso ci troviamo esattamente all'opposto, come ha ben espresso il professor Michel Baridon, docente di filosofia del giardino presso  l'Università di Dijon: non si tratta di creare un  "giardino-paesaggio", ma un  "paesaggio-giardino". 

 

Cioè: dato un paesaggio di per sé meraviglioso e con un orizzonte pressoché illimitato, l'intervento dell'uomo ha l'intento di trasformarlo in "giardino" curandolo, pulendolo, arricchendo sapientemente (e con grande umiltà) la vegetazione spontanea e aiutandola ad esprimere nel modo più spettacolare tutte le sue bellezze. 

 

Il "giardino in movimento".

Altro principio della scuola estetica francese, messo in pratica nel Giardino André Citroen di Parigi, qui applicato a tutto campo: ogni anno,  interpretando a primavera la nuova vegetazione, faccio in modo che il giardino "si muova" e diventi un po' diverso e "nuovo" rispetto a quello dell'anno prima. 

Questo cespuglio di finocchio lo lascio perché penso che crescerà bene e che farà la sua bella figura in quella posizione; questa ginestra la poto quasi a zero perché è cresciuta troppo e nasconde un bell'angolo di panorama; lì lascio una grande area completamente incolta in cui possano crescere tutte le erbe spontanee che Laura andrà a raccogliere (da sola o con i suoi allievi) per farne frittelle, insalate o tisane. Di anno in anno, c'è sempre qualcosa di diverso e di nuovo: una eccitante sorpresa, prima di tutto per noi stessi. 

 

 

Il giardino come raccordo.

Dice Paolo Pejrone, raffinatissimo paesaggista contemporaneo: "il giardino non è altro che l'elemento di  raccordo fra la casa e il paesaggio" (è una citazione a braccio, ma il concetto è quello). E' un altro principio fondamentale, tanto più qui nel nostro caso che vede la casa al centro di un paesaggio straordinario, addirittura esagerato e a volte troppo aperto e "impetuoso".  

Quando abbiamo comprato la tenuta, nel 1993, la casa era uno sperduto e un po' squallido casale senza ombra di vegetazione intorno, eccettuati cinque monumentali pini marittimi (che ci sono ancora) e due tigli macilenti, soffocati da una orrenda siepona di tuie a tre o quattro metri dalla facciata, messa per parare la tramontana ma talmente brutta, volgare e "fuori luogo" che ci siamo affrettati a segarla via. Per il resto, un paio di ettari di deserto.

Siamo partiti proprio da intorno-casa, dicendoci che da qualche parte bisognava pur partire. Fin dall'inizio abbiamo cercato di chiedere consigli, ma senza avere per niente le idee chiare: 

il concetto di "giardino" era un qualcosa di completamente lontano e - pensavamo - per noi inaccessibile. 

 

Un amico che ci è sempre stato vicino con consigli, suggerimenti e discussioni che a volte si sono trasformate in tremendi litigi (che però non hanno fatto altro che consolidare un'amicizia ormai quasi ventennale) è stato ed è John Ferro Sims, un famoso fotografo inglese, specializzato in fotografie di giardini e paesaggi autore di splendidi libri che consiglio di non perdere, se li trovate in circolazione, come "Renaissance of the Italian Gardens", oppure "Landscape in Italy" o il più recente "La Mortella", il giardino di Lady Susana Walton a Ischia. 

Pur non essendo un paesaggista, John ha visto, fotografato e "interpretato" tutti i più famosi giardini italiani e si è quindi "fatto l'occhio" e ha cercato disperatamente di comunicarci le sue idee e il suo modo di vedere. Scontrandosi però prima di tutto con la mia fondamentale ignoranza - e, devo dire, anche profondo disinteresse, all'inizio - di tutto ciò che pensavo fosse il giardinaggio e in secondo luogo, l'ho capito successivamente, con il fatto che sono sempre più convinto che il tuo giardino può e deve essere solo ed esclusivamente "tuo", fatto, pensato, realizzato e curato da te. 

Il grande consiglio di John, che ha incominciato a  cambiare il mio atteggiamento, è stato: "vai a vedere dei bei giardini" (cosa che non mi era mai passata per la testa e che adesso è diventata una vera passione) e "leggi tanti libri sul giardino" (altra idea che trovavo esecrabile). 

Alcuni anni fa, però, un amico naturalista regalò a mio figlio un libro scritto da una signora a me allora sconosciuta, Lavinia Taverna - che non ho mai potuto incontrare, purtroppo, perché è mancata pochi anni or sono - e il libro è intitolato "Un giardino mediterraneo" (Rizzoli, 1982) e racconta la storia della nascita di uno dei più belli e spettacolari giardini italiani. Mi è bastato leggere l'introduzione per entusiasmarmi e pensare "questa la pensa come me!", quando dice "Fino ad allora, per me, i giardini erano qualcosa di già esistente, che una casa ha o non ha (come la sala del biliardo)..." oppure "Per molto tempo temo di non aver apprezzato e anzi molto disprezzato i piccoli giardini che si incontrano ai lati delle strade, sia quelli un poco tristi in cui le piante si schiacciano le une contro le altre e, tutte insieme, sembra che soffochino le case; sia quelli disadorni in cui lo spazio è poco ma il vuoto è grande, e anche tutti gli altri dalle aiuole e dai praticelli perfetti e ordinatissimi, dove però totale è l'assenza della natura con la sua verità e la sua poesia..." oppure ancora "A quel tempo i miei rapporti con i giardini erano molto freddi, rimanevano sempre estranei ai miei interessi, ed il modo di viverli e di goderli mi era totalmente ignoto". Chi vuole saperne di più, è vivamente invitato a comprare e leggere tutto il libro, che è un piccolo capolavoro.

Bene: leggendo queste frasi, e poi tutto il resto, mi è venuto da pensare che forse anche noi avremmo potuto fare qualcosa di simile, interpretandolo però a modo nostro: ed ha preso forma e concretezza l'idea di realizzare un giardino-non-giardino, cioè un giardino "umile" fatto da chi di giardini non capisce nulla, facile da manutenere anche da parte di uno come me che non ha voglia di dedicare la vita al giardino, un semplice grande spazio intorno casa con tanta vegetazione in cui è bello passeggiare guardando le piante che crescono e i fiori che fioriscono, in cui ci sono angoli in cui sedersi a guardare il panorama e altri per stare a leggere all'ombra. In altre parole, e senza rendermene ancora conto, avevo perfettamente in testa l'idea di creare un giardino che - come dice Pejrone - fosse un perfetto spazio di raccordo fra la casa e il paesaggio.

In altri termini, utilizzando il linguaggio cinematografico, mi piace dire che vorrei realizzare una lunghissima dissolvenza incrociata fra lo spazio intorno casa e l'immenso ambiente che lo circonda.

 

Non metterne uno, mettine cento.

Dopo anni di vagiti, piantando una piantina qui e una là e aspettando che crescesse, ho letto un insegnamento di Russell Page (forse il più grande paesaggista del '900): non metterne uno, mettine cento! Niente di più vero. Non dico cento, ma almeno dieci sì; e così sto facendo. 

Nel 2002, ad esempio, ho fatto mille talee dai rosmarini che già avevo piantato qualche anno fa e le ho piantate in modo da contornare di siepi degli spazi in cui fare l'orto di casa: mille. 

E - cosa strana e meravigliosa per me che giardiniere non sono - hanno preso tutte e mille! Adesso, solo un anno dopo, gli orti sono già circondati da una bella siepetta alta più di mezzo metro. Appena finito il gelo, la poterò ad una ventina di centimetri da terra e sono convinto che nel corso di quest'anno 2003 diventerà una bellissima siepe compatta e profumata. 

 

Il giardino che canta.

Anno dopo anno sono arrivati gli uccelli. All'inizio non ce n'erano; adesso ce ne sono tantissimi. Se non sono un giardiniere, ancora meno sono un ornitologo; se non so quasi niente di botanica, ancora meno so di ornitologia. Però è un grande piacere veder volare e svolazzare tutto intorno una miriade di uccelli e uccellini che sono i primi ad apprezzare la nuova vegetazione nascente, e sentire il loro canto e il loro chiacchierio continuo.  Ed è anche un piacere, ogni tanto, prendere un libro e cercar di scoprire che cosa sono e di imparare a conoscerli un po' meglio.

Passeri e passeracei, cince, codirossi, pettirossi, ballerine gialle e grige, upupe, gazze (tante e prepotenti, ma a me sono simpatiche), i gruccioni d'estate, cardellini e allodole. E poi tutta una nutrita colonia di tortore, che sono arrivate da sole. E decine di altri tipi di uccelli che non sono capace a riconoscere, ma che fanno compagnia e che sono i benvenuti.

D'estate, il biancone (il rapace più grande che vive da queste parti, con un'apertura alare di quasi due metri) arriva a sorvolare il nostro grande prato a quota bassissima e addirittura un paio di volte l'ho visto posarsi a terra a pochi metri da me. 

D'inverno, gli uccellini si danno da fare intorno agli alberi da frutta sui quali lasciamo sempre una parte dei frutti: vanno matti per le giuggiole, ad esempio; ma anche degli azzeruoli e dei piccoli melograni frutto dei melograni da fiore che abbiamo piantato all'ingresso di casa (mi hanno detto che il melograno era la pianta portafortuna degli Etruschi, e,  vivendo al centro di una immensa necropoli etrusca - pur non essendo superstizioso -, cerchiamo sempre di tenerceli buoni). Non so se gli spiriti degli Etruschi apprezzino il pensiero - fatto sta che in ogni caso qui viviamo benissimo - però è certo che almeno gli uccellini lo apprezzano moltissimo. 

 

E i pettirossi e le cince arrivano a ringraziarmi aggrappandosi ai rami del glicine appena fuori dalla finestra dello studio in cui sto scrivendo.

 

 

 

Così come è certo che apprezzano le fontane che abbiamo fatto qua e là, in cui vanno a bere e a fare il bagno. 

C'è  anche da dire che sono ormai dieci anni che nel nostro territorio nessuno mette neppure un granello di robaccia chimica; e questo vuol dire molto.

 

 

Orto o giardino?

Un'altra cosa che da giovane detestavo, non so perché, era l'orto: mi sembravano orribili tutte quelle piantine messe in fila, quelle squallide e brutte incastellature per far crescere fagioli e pomodori, quello stress di star dietro alle lune, alle erbacce, alle lumache e a tutti gli altri parassiti.

Oggi ho un po' cambiato idea: un po' perché l'orto è in ogni caso una necessità, vivendo in campagna e con una grande casa sempre piena di ospiti che non chiedono di meglio che non chiedono altro che prodotti "puliti" (cioè biologici, come facciamo noi, senza uso di fertilizzanti chimici - ma in compenso abbiamo tonnellate di letame di cavallo - e senza antiparassitari); un po' perché mangiarti il rapanello o il pisello o il peperoncino o lo zucchino o la melanzana che hai piantato e che hai visto crescere è una soddisfazione selvaggia e primitiva; e anche un po' perché ho capito che non necessariamente l'orto deve essere brutto.

E piano piano spero di arrivare a dimostrarlo: utilizzando a volte le piante dell'orto come se fossero piante decorative (bellissima sta diventando una grande bordura di carciofi con cui ho contornato un paio di grande aree tondeggianti), a volte disponendole in modo da creare disegni sul terreno come se fossero elementari ed effimere installazioni di land-art da consumare nel giro di una stagione, a volte costruendo incastellature di canne con una loro pretesa estetica. 

E quest'anno ho tutta l'intenzione di mettere negli orti qualche panchina e qualche pergoletta, per creare degli spazi gradevoli in cui "viverci dentro". 

 

I semplici.

Un'altro angolo che sta dandoci grandi soddisfazioni è quello che pomposamente chiamiamo in famiglia "il giardino dei semplici"; uno spazio all'ingresso posteriore della cucina, in cui abbiamo piantato una certa quantità di piante aromatiche che Laura abbia sempre a portata di mano: rosmarino, salvia, dragoncello, erba cipollina, timo, maggiorana, levistico, origano, menta, issopo, santoreggia e via dicendo. Stanno ognuna in un quadrato di tufi che delimitano i rispettivi territori e che permettono di passare fra una e l'altra e, nel corso degli anni, pota pota, sono diventate dei simpatici e profumatissimi panettoni, o cuscinetti nel caso del timo, o materassini nel caso dell'erba cipollina che, oltre ad essere utili, fanno la loro bella figura e sono anche la felicità di cani e gatti che adorano andare a strofinarcisi addosso.

 

.... mettine cento?

Altro che cento! Solo intorno casa, nel corso di una decina di anni, abbiamo piantato migliaia (non ho tenuto il conto) fra piantine, alberelli e alberi. Tutte - o quasi tutte - essenze che qui intorno si trovano anche allo stato naturale, solo con qualche licenza (i teucrium, ad esempio, bellissimi nelle loro fioriture azzurre che si sposano perfettamente con i rosmarini e con le lavande in fiore, e che fanno dei cespuglioni bellissimi che si muovono  con la brezza che arriva dal mare).

 

 

In più, nella valle, Lorenzo ha fatto un eccezionale impianto boschivo (anch'esso studiato e disegnato come un vero intervento di Land-Art) in cui ha già piantato circa milletrecento alberelli che diventeranno ad alto fusto, e altri millecinquecento sono in prossima previsione. 

 

 

 

Per quanto riguarda il "piccolo" giardino intorno a casa, so benissimo che non diventerà mai un vero e proprio giardino così come la gente è abituata ad intenderlo, né che potrà mai competere con i giardini meravigliosi e curatissimi che si possono visitare in Italia e all'estero.

Però credo che sia già oggi un qualcosa di unico; e che domani, lavorando, sbagliando, imparando, e soprattutto amando, sarà ancora meglio.

Soprattutto, e questo mi è sufficiente, è il "nostro" giardino; fatto da noi perché così ci piace.

Dice bene Orazio, e sotto i baffi mi piace ricordarlo a chi visita casa nostra: "Quisquis huc accedis: quod tibi horridum videtur, mihi amoenum est. Si placet, maneas; si taedet, abeas. Utrumque gratum".

 

CASA CAPONETTI
Tenuta del Guado Antico
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